La Niña, una «Furesta» calabrese che fa ballare il Color Fest
C’è una «furesta» che attraversa l’Italia, sconfina in Europa e quando torna in Calabria sembra ritrovare una parte del proprio codice genetico. È Carola Moccia, alias La Niña, protagonista di uno dei set più intensi e personali della quattordicesima edizione del Color Fest di Lamezia Terme. Il suo Furesta Tour è un concerto che non si limita a mettere in fila canzoni: le attraversa, le interroga, le trasforma in racconto. Per La Niña, poi, Lamezia ha avuto il sapore del ritorno a casa.
Le sue radici affondano infatti a Bonifati e la Calabria era già entrata nel suo itinerario artistico lo scorso anno, con la suggestiva esibizione sulle sponde del Lago Cecita, in Sila. Stavolta il viaggio è approdato al Color Fest, davanti a un pubblico conquistato da una proposta musicale capace di tenere insieme tradizione e contemporaneità, identità e ricerca.
Sul palco La Niña non è sola. Con lei il produttore e compagno di vita, una percussionista energica e due coriste che l’artista chiama affettuosamente le sue «gazze». Quattro presenze che diventano parte integrante della drammaturgia dello spettacolo, costruendo un impasto sonoro e visivo nel quale la dimensione musicale non è mai separata da quella teatrale. Tra i passaggi più suggestivi c’è Pica Pica, canzone nata da una piccola epifania quotidiana: due gazze che ogni giorno si posavano alla finestra dell’artista. Un incontro apparentemente minimo, diventato invece una lezione sulla permanenza, sulla memoria, su quella particolare forma di immortalità che può nascondersi nelle cose più semplici. Poi arriva Fortuna, e il concerto cambia temperatura.
La Niña porta sul palco la storia di chi attraversa il mare inseguendo un futuro diverso, ricordando quanto sia ancora casuale, quasi beffarda, la possibilità di vivere liberi. Dopo secoli di storia e di errori, sembra dirci la cantautrice, per alcuni la libertà continua a essere una questione di sorte.
La memoria torna anche nella leggenda beneventana della Manalonga, il mostro dei pozzi con cui la nonna cercava di tenere lontana la bambina dai pericoli. Ma la fiaba, nelle mani di La Niña, si trasforma rapidamente in domanda morale. «Perché dovremo avere paura di Manalonga e non di chi ce l’ha buttata dentro quel pozzo?», chiede alla folla. È qui che il Furesta Tour trova il suo senso più compiuto: una musica che parte dalla Campania, attraversa il Mediterraneo delle storie e delle migrazioni, si nutre di folklore e arriva a una platea calabrese senza mai perdere la propria appartenenza. La Niña porta in giro una «furesta» fatta di suoni, fantasmi, animali, nonne, mare, libertà e memoria. A Lamezia, per una sera, quella foresta ha messo radici.

