Risorgimento di facciata
Chi sono io per esprimere un giudizio sull’intervento urbanistico e architettonico realizzato a piazza Risorgimento? Un docente di economia aziendale e sostegno, un dottore commercialista, un giornalista principalmente di critica gastronomica. In una parola, un profano. Non esprimo, dunque, un giudizio.
Chi sono io per esprimere un’opinione sull’intervento urbanistico e architettonico realizzato a piazza Risorgimento? Una persona che tenta di esercitare costantemente il dubbio e la libertà, che tenta anche di addolcire la propria rozzezza leggendo, viaggiando, studiando.
A poche ore dal taglio del nastro del rifacimento della piazza, pare che la città, come il Sindaco Mastella — non un fesso — aveva preconizzato e acutamente auspicato, si divida tra un “mi piace” e un “non mi piace”. Addirittura NTR24 ha lanciato un sondaggio.
Ma è questa la questione? Un intervento urbanistico può essere assoggettato alla brutalità dell’impressione estemporanea?
Per altro, la piazza è stata liberata dalle auto disordinatamente parcheggiate, isolata dal traffico veicolare, e ciò è indiscutibilmente un pregio, anche pedagogico, in una città — Benevento — dove il codice della sosta pare un optional e la pigrizia di gamba una regola non scritta (viale Mellusi e via Perasso, con le auto perennemente in doppia file, ne sono i templi).
Ma torniamo alla piazza. Se non il semplice “mi piace/non mi piace”, cosa dovremmo considerare? Io penso che nel farsi un’opinione su come un luogo sia stato pensato si debba considerare l’obiettivo perseguito, il fine, la funzione — per usare una parola cara agli urbanisti, che in senso tecnico indica la destinazione d’uso di uno spazio: aggregazione, sosta, passeggio, socialità.
In questo senso stretto, la piazza assolve senza difficoltà alla propria funzione: è un luogo pensato per l’incontro. Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo, perché dietro quella funzione dichiarata se ne intravede un’altra, di ordine diverso — non tecnico ma gestionale — che mi sembra riassumibile così (cerco di dirlo nella forma più asettica possibile, giacché non intendo esprimere un giudizio su di essa): fomentare il consenso attraverso la spesa per opere pubbliche vistose, fotografabili, inaugurabili, superficialmente ammirevoli. Non so dire, né voglio farlo, se questo sia un obiettivo apprezzabile o meno.
Ma se questo è l’obiettivo prevalente, allora resta fuori dal quadro un piano ulteriore, che non è affatto “un’altra funzione” ma un insieme di criteri di progettazione che traducono obiettivi politici— quelli che oggi la comunità internazionale, l’Unione Europea e la comunità scientifica indicano come imperativi per qualunque intervento sullo spazio pubblico, a prescindere dalla funzione specifica che quello spazio assolve. Mi riferisco a: mitigazione delle isole di calore urbano, incremento del verde e della permeabilità dei suoli, riduzione dei materiali ad alta impronta ambientale, progettazione partecipata con chi lo spazio lo vive.
Non sono un urbanista, e non mi permetto di indicare cosa si sarebbe dovuto fare. Ma un profano può limitarsi a osservare se questi criteri e obiettivi, richiamati con sempre maggiore urgenza da istituzioni politiche, accademiche, scientifiche, si ritrovino o meno nell’opera realizzata. E qui, onestamente, a piazza Risorgimento, lo iato tra i principi e la pratica appare piuttosto ampio.
Il porticato in cemento, marmo e metallo è la scelta materica più anacronistica possibile rispetto alle linee guida su decarbonizzazione e riduzione dei materiali ad alto impatto. Le piantine, improvvisate e destinate ahimè a rapida morte, non rispondono a nessuno standard di incremento reale della copertura vegetale urbana di cui parla oggi quella sensibilità diffusa su verde e resilienza climatica. Le aiuole sono misere. E l’impianto di nebulizzazione installato per rinfrescare piante e passanti sotto il porticato è quasi un manifesto involontario di questa distanza: la letteratura scientifica sul raffrescamento urbano indica da tempo nel verde e negli alberi lo strumento più efficace contro le isole di calore, non nei sistemi meccanici a consumo energetico.
La mia non è, dunque, un’opinione di dispiacere per uno stile che non mi è gradito. È sbigottimento nel constatare l’assenza, in un’opera pubblica inaugurata nel 2026, di qualunque traccia di quei criteri che oggi dovrebbero orientare la progettazione dello spazio pubblico in tutta Europa. Sarebbe onesto, semmai, che qualcuno ne parlasse alla città, invece di rifugiarsi nella retorica un po’ ridicola della “coerenza dei materiali” con lo stile originario della piazza.
Per tutto questo, trovo sinceramente banalizzante ridurre la discussione a mi piace/non mi piace (non me ne vogliano gli amici di NTR24).
C’è, infine — ma forse dovrebbe essere un principio, non una postilla — l’ennesimo infopoint, l’ennesimo pretesto per realizzare un’opera che rischia di finire come i vari altri realizzati in città: vuoto, inutilizzato, un altro simbolo dell’assenza di una visione urbanistica, strategica, ambientale. Ma soprassiedo.
la foto in testa all’articolo è di NTR24

