La vittoria immaginaria di Zingaretti e il vuoto di protesta

La semantica del voto è un collaudato esercizio post-elettorale. La ricerca di un significato politico in grado di dare agio a una spiegazione complessiva del contenuto delle urne, per i media, è un’irresistibile tentazione. Spesso foriera di epici abbagli. Dettati dalla fretta o dalla miopia. Miopia analitica, si intende.

Esempio ne è la bizzarra narrazione, quasi trasversale, della “vittoria di Zingaretti”, in virtù del trionfo di De Luca e dell’affermazione di Emiliano e Giani nella battaglia per le regionali. Un 3-3 non annunciato, ma prevedibile, che di “zingarettiano”, ammesso che questo aggettivo abbia ragione d’esistere, non ha praticamente nulla.

De Luca e il governatore della Puglia spiccano per la totale indipendenza rispetto alla segreteria di partito, alla quale, spesso e volentieri, si contrappongono apertamente. Costruitisi negli anni sui rispettivi territori e consolidatisi durante l’apice dell’emergenza Covid con la conversione in iperbole mediatica del proprio operato in materia sanitaria, incarnano, casomai, l’antizingarettismo. Comunicazione stentorea ed efficace, piglio decisionista, personalismo sbracato. L’esatto contrario di quanto fatto intravedere finora dall’acquoso leader dell’acquoso PD.

Discorso diverso per Giani, candidatura meno ingombrante, quasi deboluccia, Renzi friendly, ma vincente per inerzia: quando una certa quota di voto strutturato residuale non manca mai all’appuntamento e quando la tua avversaria è Ceccardi – una Borgonzoni che ce l’ha fatta ancor meno – sei già a metà dell’opera. Anche in questo caso Zingaretti c’entra davvero poco. Estrapolare un rinascimento nazionale piddino da tali risultati è azzardo umorale.

Renzi riesce nell’impresa di non incidere né in negativo (Puglia) né in positivo (Toscana). Riesce nell’impresa di rendersi, con il suo liberismo alienato, politicamente insignificante oltre ogni più nefasta previsione. Italia Viva neanche vivacchia. Muoricchia, al massimo. “Un risultato strepitoso”, parola del suo fondatore, in pieno training autogeno. Calenda, il liberista coi piedi per terra, prende appunti, sgomita e progetta miracoli.

Salvini toppa in pieno il pronostico (6-0). Non sfonda al Sud (sebbene il giannizzerato terronico, per i terroni fedeli alla propria dignità, si sia espresso comunque su percentuali troppo alte). E viene ridicolizzato al Nord. In primis dai numeri, che premiano la lista collegata direttamente all’autonomista Zaia e affossano la Lega sovranista. In secondo luogo dallo stesso governatore uscente e neoeletto. Il quale esordisce davanti alle telecamere con un secco “vinco perché governo, non perché faccio comizi”. Parafrasi romanesca-ladronesca: stacce. Parafrasi signorile, ma non troppo: torna pure nella tua comfort zone e aspetta che piovano lime, rum e pieni poteri.

Meloni, invece, stravince. Aumentando ovunque il consenso e portando a casa il secondo storico governatore del proprio partito, Acquaroli: dopo l’Abruzzo anche le Marche. Un’avanzata sul litorale Adriatico che non rappresenta un buon presagio per chi tende a non prendere alla leggera frasi come “ho un rapporto sereno con il fascismo”. Un secolo fa i germi della catastrofe albeggiarono proprio sulle sponde opposte, più a nord. C’erano D’Annunzio, il Sangue Morlacco, l’influenza spagnola, i reduci da ricollocare, l’ignoto.

Il M5S si sgonfia. Fallisce. Con una classe dirigente inetta, in eterna elaborazione, e senza alleanze strategiche, stecca, miseramente, l’ennesimo faccia a faccia con i territori. Tuttavia, può rifugiarsi dietro l’esito referendario, di cui giustamente rivendica la paternità. Più che un voto di protesta, un vuoto di protesta, impastato di drammatiche confusioni. La decurtazione della rappresentanza, con più potere nelle mani di pochi (e delle segreterie di partito), scambiata per lotta di classe (o al privilegio). Il giustizialismo preventivo scambiato per giustizia sociale. Conseguenze: legislatura blindata; governo, quasi sicuramente, blindato; la casta esattamente dove l’avevamo lasciata, così le disuguaglianze economiche.