Mourinho non allena, scrive pagine di epica
Minuto 98 di una partita che è stata un saliscendi impazzito di risultati.
I padroni di casa, vestiti di un simbolico rosso sangue, hanno già spremuto ogni energia dai propri muscoli, stillato ogni risorsa tecnica. Hanno segnato la metà dei gol realizzati nelle precedenti sette partite. Non basta. Ne serve un altro.
L’impresa impensabile, segretamente coltivata solo dalla passione cieca, è a un passo. Un passo, però, sull’abisso dell’ultimo secondo, dell’ultima partita. Un passo enorme contro la vastità dei Galácticos, gli spietati degli ultimi minuti. Quelli che allo scadere sono abituati a trionfare, non a subire. Ma la scintilla di una lucida follia è pronta a far esplodere lo stadio.
L’anonimo norvegese rossovestito batte una punizione. Crossa in area l’ultima palla, tesa quanto i nervi dei settantamila sugli spalti. Una maglia gialla, estranea al groviglio rosso e nero, disegna l’arco di un delfino. Incorna.
Gol e qualificazione.
Ha segnato il portiere. Trascinato nell’area avversaria dalle urla e dai gesti plateali del poeta: José Mourinho.
Già, perché Mourinho non allena, scrive pagine di epica.
Quella del Da Luz di Lisbona è solo l’ultima, per ora. Era già accaduto a Milano, durante un derby, quando, con la squadra in dieci, posticipò il cambio di Pandev per permettergli di calciare una punizione che, manco a dirlo, finì in rete. Come a Porto, quando Costinha segnò al novantesimo contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Come a Roma, dove con una squadra modesta, privata di un’Europa League che sembrava a portata di mano, vinse la Conference League, un trofeo minore che nelle sue parole divenne la conquista della luna.
Il poeta crea la sua epica non solo in campo, con la metrica delle tattiche e il tempismo delle scelte, ma anche attraverso la parola. Le sue conferenze stampa e i suoi labiali a bordo campo alimentano la mistica dell’assedio, agitano i sentimenti, solleticano l’intelletto: «per noi è un sogno, per loro un’ossessione», «we are not arrogant, we are champions».
E anche l’altra sera, mentre Trubin scivolava a centrocampo sollevato quasi dal vento dell’applauso, inseguito dai compagni che lo osannavano, Mourinho si rivolgeva alle tribune imputandosi la scelta di aver spedito il portiere in area, incontenibile.
Il poeta non scende in campo per vincere, ma per narrare imprese epiche.
Mourinho non ha mai puntato banalmente al risultato: la sua missione è altra, condurre l’eroe povero, sfavorito, contro i più acclamati, contro i nemici, contro il male.
Non per caso i successi più significativi di Mou sono arrivati in squadre dai fasti intermittenti: il Porto, il Chelsea, l’Inter, la Roma e ora il Benfica. E sì, perché quell’accesso agli ottavi di Champions vale la Champions stessa.
L’altra sera, sull’improbabile asse Bruges–Lisbona, si è giocata anche una sfida filosofica, quella tra essere e apparire. Nella città del merletto, il Marsiglia di De Zerbi, giovane profeta di un calcio moderno, tutto possesso palla e architettura dei movimenti. Al minuto zero dell’ultimo turno di Champions la sua squadra vantava tre punti di vantaggio, quattro gol di differenza reti e cinque reti segnate in più.
Sulle rive del Tago, invece, il poeta affrontava la crème del talento mondiale: Mbappé, Vinícius, Bellingham, compagnia milionaria vestita di nero. Solo l’epica dell’essere, spinta fino allo stremo delle forze, poteva avere il sopravvento.
Non poteva che vincerla Mourinho, allora, questa sfida filosofica.
Le sue vittorie non sono mai balletti: sono guerre corpo a corpo, combattute all’ultimo respiro.

