Ritratto di una scrittrice prostituta

Non le passa per testa di abortire: i figli, li fa nascere e li alleva, dice di lei suo figlio. E in un articolo apparso sulla “Gazette de Lausanne” il 3 aprile 1971, con il titolo Pourquoi j’écris, perché scrivo, confessa:

« Comme les nègres dansent, comme les lions font l’amour, comme les loups hurlent de faim, on s’ouvre les veines avec les mots. C’est plus fort que nous. Le livre est une hydre installée dans nos têtes, qui nous dévore jusqu’à la dernière goutte de sang. … Écrire, c’est tuer, c’est se rouler nu dans la cendre, c’est échapper au suicide et à la folie »

come i negri danzano, come i leoni fanno l’amore, come i lupi urlano di fame, ci si apre le vene con le parole. E’ più forte di noi. Il libro è un’idra installata nelle nostre teste, che ci divora fino all’ultima goccia di sangue. … Scrivere, è uccidere, è rotolarsi nudi nella cenere, è scampare al suicidio e alla follia.

Chi scrive così è una straordinaria, intensissima scrittrice, e stupefacente pittrice, ma che per vivere si è, a un certo punto della sua vita, prostituita. Lo racconta lei stessa in un bellissimo romanzo, Le noir est une couleur, il nero è un colore (in francese pubblicato da Gallimard – sì, Gallimard, come dire da noi Mondadori o Einaudi; in italiano è pubblicato nel 2019 da Keller, Rovereto). La prostituta ha fondato una società per i diritti delle prostitute, Aspasia, ha preteso che il loro uso del sesso sia considerato un lavoro, e un lavoro rispettabile come qualsiasi altro lavoro. La condanna sociale è frutto, infatti, d’ipocrisia e di meschino moralismo. La donna, o il ragazzo, che si prostituiscono, agli occhi della società che li sfrutta, perdono dignità, perdono rispetto, e sono disprezzati: scarti sociali. Non così l’uomo, il maschio che consuma l’atto.

Grisélidis Réal, questo il suo nome, nata a Losanna nel 1929, ha lottato una vita perché questo diritto di uguaglianza e di rispetto fosse riconosciuto. E in Svizzera è stato alla fine riconosciuto. La sua tomba, al cimitero Rois di Ginevra, si trova accanto a quella di Borges, poco lontana da quelle di Calvino, di Musil, della figlia di Dostoevskij. All’epoca si alzò una scandalo, si chiese che la tomba fosse rimossa, ma il comune di Ginevra mise subito tutto a tacere: era stato, infatti, proprio il Comune di Ginevra a volere e a decidere che la sua tomba fosse collocata dove oggi si trova. La lapide è una scultura da lei stessa progettata e disegnata. Un cerchio dentro cui sta inciso, stilizzatissimo, lo strumento del suo lavoro: una vulva.

Ma cominciamo dal nome: Grisélidis. E’ la protagonista dell’ultima, bellissima, novella del Decameron, Griselda. Vivaldi ne trasse un melodramma. E’ la storia di una popolana  presa per moglie da un signorotto misogino che la strapazza e la tortura, le sottrae i figli, le rinfaccia la sua bassa estrazione sociale, ma lei sopporta tutto pazientemente. Questa pazienza finisce per intenerire l’uomo, che se ne innamora. Girsélidis vi leggeva una prefigurazione del proprio destino. Più per le sventure che per la pazienza. Ma simile considerava l’ostinazione di affrontare con calma le avversità. E alla fine vincerle, superarle. Possente il passo in cui racconta la prima volta che si prostituisce, e con il denaro ottenuto fa mangiare i figli. Lei li guarda mangiare, i figli, e l’amante nero, pazzo, senza soldi, che le ha chiesto di prostituirsi:

« Oui, c’est mon corps qu’on mange, ce sont ma chair, mes larmes qui ruissellent sur la table ».

Sì, è il mio corpo che si mangiano, sono la mia carne, le mie lacrime che colano sulla tavola.

Poi succede che conosce uno scrittore, Jean-Luc Hennig. O, meglio, è lui che conosce lei, affascinato da ciò che scrive. Comincia un rapporto intensissimo, quasi amoroso, si scambiano lettere appassionate. E lui, nel 2011, per Gallimard, ne scrive la biografia, Grisélidis courtisane, Griselda cortigiana. Lei era morta nel 2005, a Ginevra: aveva 76 anni. Aveva concesso interviste, girato corti. In uno, bellissimo, danza un ballo gitano. Si sentiva zingara. Guardarla ballare sembra di rivedere, non nell’opera di Bizet, ma nella vita, il modello dell’opera di Bizet, la zingara Carmen. Nell’intervista lo dice: la cosa più importante per ciascuno, nella vita, è la libertà. Sono quasi le parole di Carmen prima di essere ammazzata da Don José.  Hennig è uno scrittore attratto da tutto ciò che smentisce la regolarità, la normalità dei rapporti sociali. Ama infiltrarsi nelle crepe che si aprono tra la vita apparente e la vita reale dell’uomo borghese, di chi rispetta le legge, invoca l’ordine, la sicurezza, ma di nascosto vive e compie nefandezze. Racconta, in alcuni libri, la bisessualità, l’omosessualità, la prostituzione. Qualcuno è stato tradotto in italiano, per esempio Bi (De la bisexualité masculine), Gallimard, 1996, in italiano Bi Sulla bisessualità maschile, ES Milano 1997. E Brève histoire des fesses, Zulma, Paris, 1995, in italiano Breve storia delle natiche, ES, 1996.

C’è un carteggio tra i due, les sphinx, Gallimard, 2006, (le sfingi)  pubblicato dallo stesso Hennig, con l’amorosa partecipazione dei figli di Grisélidis, che non hanno mai rimproverato alla madre la vita che ha condotto. E’ un carteggio appassionato, bellissimo.  

« J ‘écris pour me vomir telle qu’on  m’a faite, j’écris pour me perpétuer telle qu’on m’a aimée et blessée, caressée et ressuscitée »

scrivo per vomitarmi come mi hanno fatta, scrivo per perpetuarmi così come mi hanno amata e ferita, carezzata e resuscitata

è l’esergo della raccolta, dall’articolo  già citato di Grisélidis apparso sulla Gazette de Lauzanne. E in una lettera:

« Les gens sont des mauviettes, ils ont du jus de navet dans les veines ! Personne, à part quelques Artistes boucanés et tannés, n’ose regarder la vie et la mort en face ! »

la gente sono degli omiciattoli, hanno succo di rapa nelle vene! Nessuno, tranne alcuni Artisti abbronzati e tinti, osa guardare la vita e la morte in faccia

Quasi un manifesto: guardarla in faccia, la vita, e guardare in faccia la morte. Il suo capolavoro è, chi sa, il carnet de bal d’une courtisane, carnet di ballo d’una cortigiana, in italiano, Castelvecchi, 2007. Gli uomini, i suoi clienti, enumerati in ordine alfabetico, ciascuno con il proprio capriccio segreto, sono serviti. A uscirne male non è lei, la prostituta, ma sono proprio loro, gli uomini, i suoi clienti.

Bibliografia:

  • Grisélidis Réal, Le noir est une couleur, Gallimard, 2007 (ed. italiana, Il nero è un colore, Keller, 2019)
  • Grisélidis Réal, Carnet de bal d’une courtisane, Gallimard, 2008 (ed. italia, Carnet di ballodi una cortigiana, Castelvecchi, 2007)
  • Grisélidis Réal, Les sphinx, Gallimard, 2006
  • Grisélidis Réal, Suis.je encore vivante?, Gallimard, 2008
  • Grisélidis Réal, La passe imaginaire, Gallimard, 2006
  • Grisélidis Réal, Mémoires de l’inachevé. Gallimard, 2011
  • Jean-Luc Hennig, Grisélidis courtisane, Gallimard, 2011