La rivolta di Musk contro Bruxelles
La decisione della Commissione europea di infliggere una multa da 140 milioni di euro a X per violazioni del Digital Services Act (DSA) ha scatenato, nel giro di poche ore, un’ondata di reazioni furiose da parte di alcuni tra i più influenti esponenti politici statunitensi. Un caso che, oltrepassando i confini della mera contestazione normativa, si è rapidamente trasformato in un terreno di scontro geopolitico sulla regolamentazione del web e sul ruolo delle grandi piattaforme digitali.
La sanzione, la prima applicata nell’ambito del nuovo impianto europeo dedicato alla sicurezza digitale, è stata motivata dalla Commissione con “ripetute inadempienze” da parte della società di Elon Musk nel contrasto alla disinformazione e ai contenuti illegali. Ma è stato proprio il proprietario di X ad accendere la miccia del dibattito globale. In un post pubblicato poche ore dopo l’annuncio ufficiale, Musk ha rilanciato un attacco frontale alle istituzioni europee.
L’Ue dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli Paesi, in modo che i governi possano rappresentare meglio i propri cittadini». Una presa di posizione durissima, accompagnata dall’appoggio implicito alla nuova dottrina per la sicurezza nazionale formulata dalla Casa Bianca, che negli ultimi mesi ha enfatizzato la difesa della “libertà digitale” come elemento strategico
Ma il clima di tensione era già percepibile prima del provvedimento. JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, aveva anticipato le mosse di Bruxelles parlando di “voci” su una sanzione imminente “per non aver attuato la censura”. Nel suo messaggio su X, Vance aveva invitato l’Unione europea a “sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane”. Una linea che, pur senza riscontri ufficiali sul coordinamento politico, si è sovrapposta perfettamente alla reazione del giorno successivo.
A rincarare la dose è stato Marco Rubio, segretario di Stato, che dopo la pubblicazione del comunicato della Commissione ha denunciato un attacco “non solo a X, ma a tutte le piattaforme tecnologiche americane e al popolo americano da parte di governi stranieri”. Parole che interpretano la sanzione come il tentativo di estendere il perimetro normativo europeo oltre i propri confini, imponendo standard percepiti come una limitazione della libertà espressiva sulle piattaforme digitali statunitensi. “I tempi della censura online degli americani sono finiti”, ha concluso Rubio, in un messaggio dai toni marcatamente politici.
Da Bruxelles, almeno per il momento, nessuna replica diretta alle accuse provenienti dagli Usa. Ma all’interno dell’Ue il caso X è considerato un banco di prova essenziale per l’efficacia del DSA, la grande riforma pensata per responsabilizzare le piattaforme online e tutelare gli utenti europei dai rischi sistemici legati a disinformazione, hate speech e manipolazioni algoritmiche.

