Pio e Amedeo e Gialappa’s Show al Bct: “La politica fa più ridere dei comici”
Si respira area di festa nelle piazze del Bct – Festival Nazionale del Cinema e della Televisione di Benevento. Una provincia che si fa palcoscenico e che, nella sua quarta serata, decide di officiare la messa cantata della comicità contemporanea, specchio deformante di un Paese che ha ormai rinunciato alla serietà per rifugiarsi nel perenne palinsesto dell’ironia.
In piazza Roma si materializza il fenomeno Pio e Amedeo. Il duo foggiano porta sul palco quella che definisce una satira «irriverente e popolare». In verità, si tratta del trionfo della comicità a chilometro zero che non cerca la finezza del fioretto ma preferisce la clava del qualunquismo redento dalla risata. Sostengono, i due, di voler regalare leggerezza in tempi cupi, richiamando addirittura l’ombra tutelare di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Il paragone è ardito e forse un filo sacrilego -là c’era la sublime noia borghese, qui la foga meridionale delle pacche sulle spalle – , ma funziona come perfetto collante per una piazza che chiede solo di dimenticare la complessità del mondo. C’è spazio persino per l’omaggio calcistico, la benedizione al presidente Vigorito, e il buffetto affettuoso al sindaco Clemente Mastella, icona di una politica che sopravvive a se stessa e che i due vorrebbero incontrare di nuovo per l’immancabile “cazzeggio”. Ed è proprio qui che il discorso si fa interessante.
Quando si passa al rapporto tra comicità e politica, Pio e Amedeo si trovano d’accordo con i colleghi del Gialappa Show che, a pochi metri di distanza, occupano piazza Santa Sofia. Il verdetto è unanime quanto amaro: i politici fanno ormai più ridere dei comici. La destra, la sinistra, i generali d’alto bordo convertiti all’europarlamento come Roberto Vannacci; sono tutti fornitori instancabili di materiale grezzo per la satira. Ma c’è un rischio. La caricatura rischia di umanizzare il potente, di trasformare l’aberrazione in simpatia. La politica, avendo intuito il meccanismo, si fa essa stessa avanspettacolo, rubando il mestiere a chi dovrebbe giudicarla con il riso.
In piazza Santa Sofia, i fari sono puntati per il cast di GialappaShow: Marcello Cesena, Simona Garbarino, Alessandro Betti. Con le voci storiche di Giorgio Gherarducci e Marco Santin in collegamento, si celebra la resistenza della satira colta, quella che nasce dal montaggio, dalla decostruzione dei tic televisivi. Cesena e la Garbarino portano il feticcio di Sensualità a Corte, con una “Madre” definita immortale perché priva di pudore, specchio universale di un’Italia che ha perso ogni freno inibitore. Betti rievoca il suo “Amos”, il disturbatore seriale, geniale intuizione di un’umanità che nell’era dei social avverte il bisogno compulsivo di esprimersi anche quando nessuno ne ha richiesto l’intervento. Eppure, dietro le battute sulla tecnologia e l’intelligenza artificiale destinate a rubare il lavoro ai comici, si avverte la nostalgia per una televisione che sapeva inventare maschere, prima che il flusso indistinto dei meme e dei video improvvisati su TikTok standardizzasse il gusto.
Di tutt’altro spessore è il passaggio in piazza Federico Torre. Qui Sara Drago racconta il suo Libero Cobes, maschera teatrale nata nel silenzio claustrofobico della pandemia. Un clochard sessantenne che è anzitutto un esperimento sociale: l’attrice che si traveste, modifica il corpo, cammina per le strade del proprio paese per farsi guardare con altri occhi. È il teatro che scende dal piedistallo. Un momento di salutare rottura dentro il grande frullatore dell’intrattenimento del festival, che ci ricorda come l’attore debba ancora abitare il disagio per scoprire se stesso.
Infine, il sipario cala con la coppia Enzo Miccio e Carla Gozzi. Il loro storico Ma come ti vesti?! viene rievocato non come semplice programma, ma come trattato di sociologia dei consumi. La sentenza è definitiva: gli italiani non hanno ancora trovato un proprio stile. Le sneakers infilate sotto ogni abito, gli smanicati maschili sovrapposti alle giacche sartoriali come scudi contro l’eleganza. Miccio e Gozzi dispensano consigli con quella leggerezza cinica che è diventata il loro marchio di fabbrica.

