BCT: da Un Posto al Sole a Elio Germano, la tv specchio d’Italia tra soap e “restanza”
C’è qualcosa di intrinsecamente rassicurante e, al contempo, di profondamente malinconico nel Truman Show della televisione italiana. Prendiamo la quinta serata del Bct, il Festival Nazionale del Cinema e della Televisione di Benevento: un caravanserraglio che riesce a tenere insieme, sotto lo stesso cielo estivo, l’impegno civile, la sociologia e la comicità di pancia. Una rassegna che trasforma le piazze storiche in un grande zapping analogico, dove il telecomando è sostituito dal calpestio sui ciottoli degli spettatori.
Il piatto forte, manco a dirlo, è la celebrazione dei trent’anni di Un posto al sole. Trent’anni. Una striscia quotidiana che ha superato indenne passaggi di secolo, crisi di governo e rivoluzioni tecnologiche. Sul palco sale una delegazione di quella che, con il tipico riflesso condizionato della retorica televisiva, viene definita “una grande famiglia”. Patrizio Rispo ci spiega che il pubblico ormai li considera parenti. Riccardo Polizzy Carbonelli, cattivo per antonomasia ma con la bonomia del veterano, evoca l’ingrediente segreto: Napoli. Senza Napoli, dice, la soap non sarebbe durata. Verissimo. Napoli non è uno sfondo, è un ammortizzatore sociale narrativo. Una città-mondo che legittima il melodramma e digerisce il quotidiano, capace di bandire persino il Covid dai propri copioni per non guastare il rito dell’evasione. C’è della disciplina in questa catena di montaggio che produce trenta minuti di girato al giorno con un massimo di tre ciak. È la catarsi della routine: la vita vera scorre fuori, ma alle 20.45 il condominio di Palazzo Palladini è sempre lì, immutabile, a dirci che tutto, in fondo, si aggiusta.
Poi, per contrasto, si passa all’informazione che vorrebbe scalfire la superficie. Tiziana Panella riceve il Premio “Donatella Raffai” e lancia il suo anatema contro la dittatura della rapidità e il feticcio del verosimile. Il suo elogio dello “studio continuo” è un nobile esercizio di stile, un richiamo al rigore che cozza gloriosamente con i tempi del talk-show contemporaneo. Emozionante, certo, il ricordo di quella televisione d’inchiesta delle origini, quel Chi l’ha visto? che non era ancora morbosità da plastico ma “ultima possibilità per chiedere aiuto”. Ma quando la memoria scivola sui bambini del Kosovo o sulle solitudini della pandemia, si avverte il peso di un giornalismo che per ritrovare se stesso deve legittimarsi attraverso le grandi tragedie collettive.
A piazza Roma, nel frattempo, Anna Ferzetti sostituisce Valeria Bruni Tedeschi per dare voce a “La prima volta”, rievocazione degli ottant’anni del suffragio femminile prodotta dall’Università del Sannio. Un anniversario necessario, affidato alle corde di un’attrice che giustamente ricorda come i diritti non siano mai conquiste definitive.
Ma il vero scarto intellettuale della serata arriva da piazza Santa Sofia. Elio Germano e il regista Francesco Cordio presentano il documentario Ritorno al tratturo. Qui la declinazione del presente si fa più ruvida, meno incline alle carezze del pubblico da festival. Si parla di “restanza”, quel neologismo antropologico che definisce l’atto, quasi eroico e decisamente politico, di rimanere in territori svuotati di servizi, scuole e ospedali. Germano, che ha il pregio di non essere mai un ospite rassicurante, fotografa la desertificazione delle aree interne – che unisce il suo Molise d’origine a questo pezzo di Campania – e ribalta la prospettiva: è nei piccoli centri, dove il guasto è palese, che si può ricominciare a ricostruire, non nelle metropoli dove il degrado è sepolto sotto stratificazioni di indifferenza.
In mezzo a tanta densità, Peppe Iodice recita la parte del comico folgorato sulla via del grande schermo con il suo primo film da protagonista, Mi batte il corazon. Dice che il cinema gli sembrava estenuante, ma che stavolta ha trovato “un altro codice dell’anima”. Sarà. La sensazione è che la comicità partenopea, quando tenta la via della riflessione sociologica, rischi sempre di avvitarsi sul proprio stesso mito (“Napoli ha un DNA particolare”). Fortunatamente, Iodice ritrova la bussola quando confessa la sua unica, vera ossessione: far ridere.

