Donne del vino: contrordine ragazzi

Il vino. Singolare maschile. La storia del vino è una storia di uomini, di maschi. Dei peggiori difetti dei maschi: violenza, cupidigia, codardia, concupiscenza, aggressività e mendacia. Del maschio della specie homo sapiens.

Il vino serviva a trovare il coraggio di sgozzare i bambini e le vergini da sacrificare agli dei. Le  prime tracce di vinaccioli fermentati si trovano in Armenia (risalenti al 6.000 A.C.), in grotte che probabilmente venivano utilizzate per compiere sacrifici umani. Il vino serviva a trovare l’incoscienza per andare a morire in battaglia, o a far ubriacare le donne per rapirle e/o violentarle. Serviva per ingannare i nemici (o gli amici) e ucciderli a tradimento. Serviva – allungato con l’acqua –  come benzina per le lunghe marce dei legionari romani o per il lavoro degli schiavi nei campi. E serviva anche a dimenticare la fatica e far festa. E’ servito ad Ulisse per accecare Polifemo ed a Gesù per far miracoli.

Ci vuole forza per fare il vino, tanta forza per trascinare le ceste piene di grappoli ed altrettanta forza per pigiarli, e poi metterlo in anfore e botti e poi caricarlo su carri o navi. Lavori muscolari, da maschio. E per questi, e per mille altri motivi, che la storia delle donne del vino, che ha cominciato a girare una decina di anni fa,  non mi è andata mai a tanto genio. Mi è sempre parsa un’abile mossa di marketing per vendere di più, per ampliare il mercato con un tema politicamente corretto e inondarlo di vini rosa pallido, esangui e che non  sanno di niente.

Per un po’ ai miei primi passi da wine-writer ci son pure cascato, scrivendo qualche articoluccio con sfumature rosa nella speranza nemmeno tanto segreta di rimediare. Col tempo ho visto che le donne nel mondo vino erano utilissime al Vinitaly per facilitare i contratti con i buyer italiani (gli stranieri vogliono solo soldi in nero), ma poi cacavano il cazzo alle degustazioni con domande idiote per attirare l’attenzione del maschio alfa di turno.

Insomma, a lungo ho pensato tutto ciò, ma avevo torto, forse… Insomma, qualche dubbio mi sta venendo, ma non sono ancora del tutto convinto. 

Anni fa, probabilmente nel 2012, in uno dei miei giri per campagne ero atterrato nella rude e maschia Chinon. Paesone della Loira famoso per l’eccellenza del Cabernet Franc. Un posto grande quanto un paesino di cinquemila anime e abitato da rudi villici dediti alla viticoltura e da turistame di passaggio di varia nazionalità e scarse finanze, in viaggio verso le proletarie spiagge atlantiche. Dopo aver fraternizzato con il gotha degli ubriaconi locali (un sommelier e un ristoratore), mi venne vivamente consigliato di assaggiare i vini di una certa signora inglese che si era stabilita in paese, traendo raffinate meraviglie dal virile vitigno autoctono.

Intrigato e oltremodo incuriosito, dopo aver ripetutamente chiamato al telefono la vigneronne britannica senza ottenere risposta, ne avevo stretto d’assedio la proprietà, gironzolando invano tra le vigne e attorno casa sua. Non c’era anima viva, e così dopo un’oretta me ne andai, senza aver visto la madama né assaggiato il vino. Ma il nome, che faceva vagamente pornstar anni 80 – Fiona Beeston –  era rimasto a ronzare languidamente nel mio subconscio paraerotico e quando, pochi giorni fa, me lo sono ritrovato su un’originale etichetta, assai irriverente per un vino francese, ho subito messo mano al portafoglio per accaparrami l’ultima bottiglia rimasta sullo scaffale. 

La storia di Fiona Beeston ne fa una degna epigone della leggendaria Iron Lady, Margaret Thatcher. Insomma… donna sì …ma di ferro….Figlia di un corrispondente di guerra britannico, è cresciuta a Beirut. I genitori traslocarono poi in Russia e infine a Washington, dove la giovane Fiona scoprì la sua passione per vino. Trasferitasi a Bordeaux, alla fine degli anni ’70, la Beeston comincia il suo percorso come semplice aiutante in una proprietà vinicola nell’Entre-Deux-Mers (Bordeaux di serie B tanto per capirci). Lì incontra un importante enotecaro parigino, Lucien Legrand, e lo segue nella capitale francese per lavorare nella sua bottega, dove conosce e inizia a collaborare con uno dei principali esperti di vini dell’epoca, Steven Spurrier, l’organizzatore del Judgment of Paris: la  sfida tra vini francesi e californiani tenutasi nel 1976, che ha cambiato la storia del mercato del  vino mondiale. Comincia a scrivere di vino, prima con “Les carnets de Fiona” sulla Revue du vin de France (la più importante rivista francese del settore) e poi nel 1989, pubblica il libro “Mes hommes du vin(I miei uomini del vino), in cui racconta la sua versione sui maschi che comandavano nell’enomondo degli anni ‘80, tra cui spiccava il potentissimo critico americano Robert Parker. 

Seguendo un’evoluzione quasi naturale, dopo la bottega e la penna Fiona decide di sbarcare in vigna, per fare il suo vino. Vorrebbe creare qualcosa di stile borgognone, ma a Beaune e dintorni le terre sono carissime, praticamente inaccessibili. Dirotta dunque sulla più modesta Chinon, e dopo tre anni compra il Clos des Capucins: un ettaro e mezzo all’interno delle antiche mura della città: nel piccolo vigneto, vi sono quattro appezzamenti distinti piantati a Cabernet Franc, separati da terrazze, alberi da frutta, siepi e cespugli.

La vigna coltivata in biodinamica integrale e l’approccio naturalista in cantina danno in pochi anni un vino semplicemente delizioso: succoso e preciso al contempo, elegante e robusto, raffinato e mordente: il Perfectly Drinkable. Un vino che se fosse una donna potrebbe essere incarnato da Jane Alexander (cfr profilo Instagram): siderurgicamente irresistibile, in equilibrio perfetto tra ruvidità sofisticata e sensualità travolgente. Un vino peccaminosamente austero. 

A proposito del nome del vino, Fiona racconta: “Quando mio padre era corrispondente di guerra in Afghanistan, dopo l’invasione sovietica, cercava sempre tre cose a Kabul: un posto da dove mandare i suoi telex, un ristorante francese in un seminterrato per proteggersi dai bombardamenti e una buona carta dei vini. Bisognava accontentarsi, e il meglio che si trovava, mio padre lo definiva con entusiasmo “perfectly drinkable” (perfettamente bevibile). Ho mantenuto quel nome!”

Allora, sulle donne nel vino vale il classico “contrordine ragazzi!”….va bene si può fare, ma leggendo di Giuditta e Oloferne qualche dubbio rimane.

Fiona Beeston
3 rue du Pavé Neuf
37500 Chinon
contact@closdescapucins.fr
00336 -70 21 30 73